Il capo della Federazione internazionale dei giornalisti che ha espulso Israele ci dice che non è una scelta politica
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Giornalisti contro

PUBLISHED IN |  Jul 16, 09

Gerusalemme. Come mai Israele si trova sempre sul banco degli imputati, a difendersi da continue accuse sui suoi valori democratici e morali? L’ultimo caso – l’espulsione della Federazione nazionale dei giornalisti israeliani (Fngi) dalla Federazione internazionale dei giornalisti (Fig) – è ancora più esplicativo del fatto che gli accusatori sono sempre veloci sul grilletto quando si tratta di Israele. Come il boicottaggio dei professori israeliani in Inghilterra, o il boicottaggio degli atleti israeliani da gare e campionati in tutto il mondo, l’espulsione dei giornalisti racconta come quello che vale per Israele non vale per nessun altro (e viceversa).

Se Haim Shibi della Federazione israeliana ripete che si tratta di una decisione politica, il segretario generale della Federazione internazionale, Aidan White, insiste nel dire che è tutta una questione di soldi: Israele non paga le sue quote. Al telefono da Bruxelles, White dice al Foglio: “Spero che sia soltanto temporanea l’espulsione – spiega – Non è una questione politica, e tutte le accuse di antisemitismo sono assurde. Per anni abbiamo vissuto la membership di Israele alla nostra organizzazione come un riconoscimento per la nostra Federazione.

Sappiamo che Israele è l’unica democrazia del medio oriente, e che gli standard giornalistici sono molto più alti lì che in qualsiasi altro paese della regione”. Come gesto distensivo, con l’aiuto del portavoce dell’ambasciata israeliana in Italia Rachel Feinmesser, il presidente dell’Ordine dei giornalisti italiani, Lorenzo Del Boca, (gli italiani hanno votato a favore dell’espulsione) ha invitato a Roma una delegazione di colleghi israeliani “per parlare dei problemi del giornalismo: se i colleghi hanno difficoltà a iscriversi all’Associazione significa che incontrano delle difficoltà”. Del Boca ha aggiunto che “i giornalisti israeliani meriterebbero più attenzione e più rispetto, ma soprattutto più impegno da parte degli organismi internazionali”.

Persino White sa, pure se non lo dice, che la questione è tutta politica. Quando spiega l’intera vicenda, dice che le relazioni tra la Federazione israeliana e quella internazionale si è deteriorata dopo la guerra in Libano nel 2006 e poi con la guerra a Gaza di quest’anno. “Hanno pensato che le nostre critiche contro lo stato di Israele fossero fatte contro di loro”, dice White, il che non è sorprendente, visto che tutti i boicottaggi, dagli architetti agli atleti, partono da un mix di accuse allo stato di Israele. “Molti giornalisti arabi mi hanno chiesto spesso di boicottare i giornalisti israeliani – continua White – Noi abbiamo sempre risposto che non siamo a favore di alcun boicottaggio”. I giornalisti arabi sono i megafoni dei loro governi, è costretto ad ammettere White.

“Ci dispiace per la situazione”. Ieri l’ufficio di Gerusalemme ha inviato la lettera con cui accusa la Federazione internazionale di aver pubblicato il risultato di una missione “fact finding”, di verifica, su Gaza senza cercare alcun contributo da parte di Israele, che è stato tagliato fuori da incontri internazionali senza alcuna ragione. White respinge queste accuse, dice che il contributo degli israeliani alla missione non serviva. Aggiunge anche di essere certo che a quegli incontri gli israeliani erano invitati: “Sapevano che era nell’agenda di Oslo la rimozione del loro sindacato dalla Federazione. Se avessero chiesto di partecipare e di esprimere il loro punto di vista, sarebbero stati di certo ascoltati”. Ma il senso di ingiustizia rimane. Gli standard del giornalismo israeliano sono alti, molti premier e presidenti sono caduti a causa della stampa. “Questo è l’aspetto tragico – dice White – Apprezziamo il clima di libertà per i giornalisti in Israele e ci dispiace per tutta questa situazione”. Eppure, fino a che è in discussione l’atteggiamento nei confronti di Israele, la palla è nelle sue mani.